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Nel 1716 Antonio Stradivari costruisce il violino che 150 anni più tardi verrà chiamato Messie. Si ipotizza che Il “Messie” sia stato costruito utilizzando la forma contraddistinta dalla sigla “P” o “PG” del 1705 conservata al Museo del Violino. Per una serie di circostanze fortunate, il violino, dopo 300 anni, è giunto a noi in condizioni perfette, come fosse appena uscito dalla bottega del Maestro. In questi tre secoli, è stato suonato solo in rarissime occasioni. Antonio Stradivari muore nel 1737. Paolo Stradivari (1708-1776), il figlio più giovane, era un mercante tessile. Dopo la morte del fratello Francesco, liutaio, Paolo eredita gli attrezzi, le forme e i disegni utilizzati dal padre, oltre a diversi strumenti, tra cui probabilmente il “Messie”. Nel 1775-1776 Paolo vende la collezione al Conte Cozio di Salabue di Casale Monferrato. Negli ultimi anni della sua vita il Conte Cozio vende parte della sua collezione al commerciante Luigi Teruggi (al secolo Tarisio), che era alla costante ricerca di strumenti da vendere a Parigi e Londra. Durante i suoi viaggi Tarisio parlava sempre di uno straordinario Stradivari, “che si può ammirare solo in ginocchio. Non è mai stato suonato ed è così nuovo che è come se fosse uscito oggi dalle mani del Maestro. Un giorno il più grande violinista francese del tempo, Jean Delphin Alard, impaziente, gli dice: “Ma insomma, il vostro violino è come il Messia degli Ebrei, lo si aspetta sempre ma non appare mai”. Da quel momento il violino è chiamato il “Messie”. Dopo la morte di Tarisio, il liutaio Jean-Baptiste Vuillaume si reca nel paese di cui Tarisio è originario e acquista il Messie. Dopo vari passaggi di proprietà, riportati nel catalogo compilato da Charles-Eugéne Gand nel 1870, e altri passaggi successivi alla compilazione del catalogo, il violino viene acquistato dagli Hill nel 1904 e poi nel 1931. W.E. Hills & Sons hanno donato nel 1939 il “Messie” all’Ashmolean Museum di Oxford (UK), affinché sia conservato come “modello dal quale i futuri liutai possano imparare”. La clausola di conservazione richiede che lo strumento non venga mai suonato e che non esca dal Museo.